Dialetto sanmartinese
 
Grammatica del dialetto sanmartinese, proverbi, modi di dire, usi e costumi della civiltà contadina a San Martino in Pensilis
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martedì 1 dicembre 2009

Dai vecchi si sente raccontare ...

Dai vecchi si sente raccontare che, ai tempi (della ormai quasi mitica) regina Giovanna (I d'Angiò o II d'Angiò-Durazzo), nella contrada Rejale esistesse un castello (un agglomerato comunque) il quale fu distrutto da un terremoto. Questa storia mi è sempre parsa una leggenda,  frutto di una fervida immaginazione, dato che la descrizione che se ne dà è alquanto apocalittica e, oserei dire però (oggi), abbastanza attendibile, se ha lasciato una traccia così indelebile nella memoria. Il castello fu interamente inghiottito dalla terra che si era squarciata all'improvviso. Conoscendo la zona si può formulare un ipotesi, ovvero: la costruzione fu costruita sopra la sorgente (prima) sotterranea (che conosciamo bene) la quale, col tempo, formò una cavità, una grotta, ove poggiava il castello. Una zona marcia. Il terremoto fece incrinare, spaccò la volta della cavità anzidetta e il castello venne letteralmente inghiottito. Parecchie persone ricordano di aver visto, ove c'è l'attuale sorgente, blocchi murari. Ciò che oggi appare come un dirupo, una volta sarà stato certamente un terreno pianeggiante.

La nominazione delle cose...

La nominazione delle cose e le cose sono eventi importanti che si perdono nel tempo, nello spazio della memoria, e non c'è verso poterle cambiare, indissolubilmente legate a filo doppio. 'A tejelle resterà tejelle non potrà mai diventare pentola; 'a sertaneje non muterà in padella; 'u core non dittongherà in cuore. Une ci'ada sbrejà e non deve prendere una boccata d'aria. I nostri vecchi sembrano estraniarsi dal linguaggio; la loro sarà sempre una
morte doppia : l'incomprensione e il disfacimento fisico.

Quando si parla di dialetto, ...

Quando si parla di dialetto, si deve per forza includervi le condizioni che l'anno prodotto, modificato, condizionato, ecc... Nel dialetto c'è il bello e il brutto, il passato folclorico, la tradizione e la sudditanza; il tutto espresso dall'ambiguità e inderminatezza del testo orale, dalla plurivalenza semantica. Il dialetto lo si abbandona forse anche per questo, come se si volesse dimenticare un passato (di stenti, di sofferenza...) a cui lo sentiamo ineluttabilmente legato. Una soluzione da struzzi si direbbe, si buttano i panni sporchi con tutta la creatura. Ma buttandolo dalla porta esso ritorna dalla finestra. Cucù!... Gli chiediamo addirittura spiegazioni di questa sua re-intrusione, di questo suo eterno ritorno... inconsulto?...

Una bella scoperta venire a sapere...

Una bella scoperta venire a sapere di questa confusione semantica del verbo avé [VEDI il confronto del verbo avé - avere-dovere]. Come se non bastasse ci si mette di mezzo anche il verbo velé.

- i é vute significa io ho avuto, io ho dovuto e io ho voluto [sincope di v(el)ute].
- î é vuta fà significa io ho dovuto fare ma anche ioho voluto fare. Uno scacco all'io in questo meridione di pazzi direbbe Bene. Che c'entra dovere con la volontà?... Se si vuole, si deve; e ciò che si ha, si deve. È la complicazione semantica del Sud che non sa mai cosa vuole (lo deve ecc...) poiché non gli appartiene proprio la volontà. Diremmo sia fatta la sua volontà. Sarà forse per questo che il Sud è così
religioso. Chi mai sarà questo bel signore a cui bisogna fare la sua di volontà?...
Scacco matto!

"E sento che l'io è troppo piccolo per me, qualcosa da me prorompe ostinato..." (Majakovskji).

Da questa indefinizione (direi esistenziale) attinge la religione che ha il suo scopo politico di annichilire. E c'è addirittura qualche rappresentante del Supremo che intima il nò al nichilismo. 

"Complimentacci, monsignore... acci... Già!"
(C.B.)

Il linguaggio non apparterrà mai all'essere parlante (poiché è istituito a priori) e il dialetto ce ne mostra, nella sua ambiguità semantica (e nell'ambivalenza del sentire), un bell'esempio. 

Per quanto uno faccia di tutto per uscire da questo impasse in-significante, si ritroverà sempre nelle stesse sabbie mobili di prima. Allora?... Depensiamo...

Dipingere. Voglio dipingere... Non si può volere una cosa, se il Signore non vuole. E il Signore ha detto no. Volere, (al Sud) non è potere ma dovere, e tu non devi divertirti a dipingere. È la forza della legalità. Ma tu che vuoi fare?.... Voglio evitarvi, Sua Maesta! Sto già facendo... il conto dei danni che... mi dovreste?... Il condizionale è d'obbligo ... ma dove lo trovo il condizionale nel dialetto se questa forma si confonde col congiuntivo?... È inutile del resto imporsi... insistere... e (così invischiato nell'ambiguità semantica) non sono in grado proprio di imporre delle condizioni... non sono... non devo... volere. Ciò che ho, lo devo; e devo ciò che voglio, ovvero: ciò che devo. Non se ne esce più da questa afasia del linguaggio. 

Non per niente la Mafia è attecchita proprio al Sud facendo leva sull'omertà [lat. humilïtas]. Tacere è meglio che manifestare le proprie intenzioni [volere]. Proprie?... Ma il proprio [avere] è ciò che  devo...

Il dialetto è un documento formidabile, una prova incontrovertibile. Il linguaggio (non mente) è proprio ciò che dice. Non si può (è proibito dalla legge!) dire (o fare) il proprio (volere), pena la pena, il  samsara, l'eterno ritorno, l'autonomia linguistica che ci si rivolta contro. Per dire ciò che si pensa (o sente) si usa un linguaggio
prestabilito; si finisce, così, per dire ciò che non si pensa e pensare a quel che non si dice. Dir-lo?... non lo si potrebbe!...

Il Sud, dell'obiettività non sa che farsene, proprio perché non esiste nel linguaggio la condizione che la possa realizzare. Come si fà ad essere obiettivi se non ci appartiene un volere.